giovedì 8 ottobre 2015

fatalismo

Ho trovato espresso da molte persone che hanno vissuto l'esperienza adottiva, il pensare che le cose siano andate come dovevano andare e che l'attesa subita fosse in qualche modo giustificata, proprio perchè era a quel particolare bambino cui dovevano arrivare.

Ecco, io non riesco a pensarla in questo modo.
Forse sono annebbiata dal tristo sentimento che mi pervade in questo periodo.

Il tempo perso è perso: per me e soprattutto per quel bambino che ora vive a migliaia di kilometri di distanza: che non posso chiamare figlio, anche se nel cuore lo è già; cha ha compiuto 2 anni a maggio nell'istituto dove vive da quando aveva 3 mesi di vita.
Il tempo è perso per i tanti(troppi) bambini sono rimasti impigliati per sempre nell'"effetto collaterale" di in un blocco delle procedure adottive, che avrebbe dovuto portare ad un miglioramento delle stesse, ma del quale dopo 5 anni non si vedono i frutti.
Non ho ancora la più pallida idea di quando(ma oggi, visto il mio pessimismo ci metto anche un "e se") potremo raggiungerlo per portarlo a casa con noi e non riesco proprio a motivare quest'attesa con un disegno che in qualche modo lo porterà un giorno a diventare mio figlio o anche no.

Le cose vanno come vogliono.

Così, per curiosità un sito carino che mostra il percorso e la distanza tra Trieste ed Hanoi

1 commento:

Slicing Potatoes ha detto...

Io sono d'accordo con te. L'attesa anche di un giorno e' un giorno di troppo, per "bambini" che dovrebbero essere "figli" già da ieri.
Nella nostra esperienza l'attesa e' stata minima, e siamo stati se vuoi nella situazione opposta alla vostra (es. correre per fare le pratiche in modo da poter partire prima del previsto), eppure io in quelle sei settimane di attesa, non riuscivo più a guardare le foto di mio figlio senza star male all'idea di non essere fisicamente già la' con lui.
Ti abbraccio.
Roberta